Andy Van Der Meyde come esperienza religiosa.

Novembre 23, 2018

Andy Van Der Meyde è stato molto probabilmente il primo vero MITT di cui ogni ragazzo nato nei primi anni ’90 ha memoria.

E, almeno per quanto mi riguarda, senza dubbio il più amato. Per un ragazzo di 10 anni l’arrivo di un giocatore il cui soprannome era IL CECCHINO e con l’esultanza più bella della storia rappresentava semplicemente il punto di massima gloria raggiunto in quei pochi anni da tifoso interista.
Anche perché nei periodi precedenti la mia generazione ha vissuto gli anni della propria formazione sparandosi nell’ordine: Lippi allenatore, Tardelli allenatore, Milan-Inter 6-0, e il 5 Maggio. Dopo aver subito più traumi di Billy Elliot quindi, l’arrivo del Cecchino per noi ha rappresentato una svolta paragonabile solo all’arrivo della PlayStation 2. Ma andiamo con ordine.

Andy Van Der Meyde è cresciuto nell’Ajax in un team che comprendeva altri giocatori che hanno avuto, però, un impatto minore sulla storia nerazzurra come: Zlatan Ibrahimovic, Cristian Chivu e Wesley Sneijder. Fortunatamente nel 2003 venne promosso a direttore sportivo il “Segugio di Grosseto” Marco Branca che scoprì in giro per l’Europa i migliori talenti del momento. Oltre al cecchino olandese vengono messi sotto contratto: Helveg, Karagounis, Lamouchi, Kili Gonzalez, e il confusissimo Eriberto/Luciano. L’unico direttore sportivo in grado di comprare due giocatori spacciandoli per uno solo. Fenomeno. #MarottaOut, #RitornBranca.

Andy ha tutto per essere un grande MITT: è un esterno offensivo, proveniente da un paese ricco di talento, indossa la maglia numero 7, fa rabone a caso e ha il senso del goal di un tagliaerba. Rivedremo a San Siro tutte queste qualità solamente dopo 7 anni grazie al suo degno erede. Il suo nome: Ricardo. Cognome: Quaresma. Professione: Leggenda

È nel settembre del 2003 in cui, però, si raggiunge il momento di massima estasi provata in anni di solido e spregiudicato interismo (insieme al Triangolo delle Bermuda Alvarez – Rocchi – Jonathan). Non ce la faccio, troppi ricordi. Ad Highbury, l’Inter affronta nei gironi di Champions uno dei più forti Arsenal della storia recente.
Ribaltando ogni pronostico i nerazzurri sconfissero gli inglesi per 3-0. Ma tutti ricordano quella partita soprattutto per il secondo goal. Discesa sulla sinistra di Kili Gonzalez, cross in mezzo per Oba Oba Martins, spizzata di testa del difensore dell’Arsenal, sulla destra arriva Il Cecchino ed è in quel momento che avvenne la magia. Sforbiciata al volo e palla sul primo palo, goal da antologia. Andy va a esultare alla sua maniera insieme al Jardinero Julio Cruz. I due prendono la mira e sparano lì, dritto nei nostri cuori. Sulla panchina esulta l’Hombre Vertical Hectòr Cuper, ed è semplicemente l’apoteosi.
In quel momento, un giovane me in età prepuberale scopre il significato delle parole: eccitazione, erezione e orgasmo multiplo.

Quel goal è stato meglio di qualunque cosa avessi visto sino a quel momento.

Quel goal è stato meglio delle Bull Boys che si illuminavano, della WWE, dei Black Eyed Peas e di Avril Lavigne.
Voglio osare. Quel goal, per me, è stato meglio di Charizard.

Viste queste premesse tutti si sarebbero aspettati un’incredibile epopea costellata di momenti leggendari per il cecchino olandese. E così è stato. Ovviamente non sul campo, dove, da buon MITT, il nostro eroe ha inanellato una serie di prestazioni orripilanti fino ad arrivare all’inevitabile ritiro all’età di soli 31 anni.

Ma fuori dal rettangolo di gioco l’eroe è diventato mito e il mito è divenuto leggenda. Sposò una donna completamente fuori di testa ossessionata dagli animali tanto da piazzargli un cammello in casa a sua insaputa. Nel 2005 fuggì da Milano, dalla moglie e dal cammello per andare all’Everton. Lì iniziò a vivere una vita da vera rockstar abusando di droghe, sesso e alcol. Tutto ciò ovviamente si ripercosse sul campo. In Inghilterra in 4 stagioni portò a casa una ventina di presenze e nessun goal, ma soprattutto divenne il sosia ufficiale di Kurt Angle.

In pratica si trasformò nella trasposizione calcistica di Jim Morrison, con la differenza che uno aveva un talento rivoluzionario, mentre l’altro ha tirato fuori al massimo qualche disco decente.

In conclusione, non trovo miglior modo per terminare questo viaggio nel magico mondo di Andy se non quello di lasciare la parola direttamente al Cecchino che, in un’intervista di qualche anno fa, raccontò così il suo primo giorno a Liverpool:

“La prima cosa che feci fu comprare una Ferrari e andare a sbronzarmi al News Bar, uno dei locali più in voga di Liverpool. La mia giornata terminò in uno strip-club. Andavo pazzo per le spogliarelliste. Lì conobbi Lisa e me ne innamorai subito. Nel suo mondo bere e sniffare cocaina era una cosa all’ordine del giorno”.

Ora e sempre #TeamAndy.

Twittatore amatoriale, tennista mediocre, musicista scarso e tante altre cose che mi rendono un vero Dalbert. Vivo la mia vita un quarto di Trivela alla volta e sono sessualmente attratto da AK87. Per info e collaborazioni cercate quello con la maglia di Jonathan a San Siro.