In(ter)conscio, la prima rubrica psicologica sull’Inter

Dicembre 15, 2016

A cura di Patrick Pecora

Inter-Genoa non ha mai avuto, probabilmente, una posta in gioco così alta per i nerazzurri: è la classica gara del dentro o fuori, ma con significato opposto a quello che di solito si attribuisce a questa espressione, considerando che una vittoria potrebbe simbolicamente rappresentare la flebile luce alla fine del tunnel, mentre una sconfitta getterebbe i nerazzurri ancor di più (se possibile) dentro la crisi che sta attraversando ormai da tempo immemore.

Cerchiamo di procedere con ordine.
L’Inter è, senza alcun dubbio, una squadra psicologicamente quasi “in fin di vita” in questo momento della stagione: sconfitta dopo sconfitta, i giocatori sembrano aver perso la consapevolezza nei propri mezzi; giocatori del calibro di Banega, Joao Mario e Miranda ricordano il fantomatico “decimo” sempre mancante nelle partite di calcetto, non certamente chiamato perché capace di fare la differenza in partita, ma semplicemente poiché necessario per poter giocare.
I nerazzurri sono entrati in una spirale mentale negativa degna del miglior Leopardi, consci degli errori commessi in campo ma vogliosi di dimostrare il loro valore: tutto molto bello, se non fosse che pensino, puntando lo Skriniar di turno, che bene che vada perderanno palla eseguendo una deprecabile giocata.

Come recita un vecchio adagio, chi semina vento raccoglie tempesta e la squadra è quindi soltanto la visibile trasposizione del caos che circonda l’intera società: in pochi anni si è passati da Moratti al gruppo Suning passando dal regno di mezzo rappresentato da Thohir, mentre come allenatori da Stramaccioni a Pioli, passando per Mazzarri, Mancini e De Boer; provateci voi ad avere dei genitori diversi ogni 6 mesi o meno.
Letta in questa chiave, sembra palese come la prima causa della crisi nerazzurra sia, appunto, una crisi di “identità”.
In tutto ciò, mi sento di elogiare l’atteggiamento tenuto da Stefano Pioli e da, rullo di tamburi, Mauro Icardi e partirei proprio da quest’ultimo dando una spiegazione del perché sia, almeno secondo me, una nota positiva: probabilmente non è l’uomo giusto per indossare quella fascia (ci manchi, Javier,ndr.) per comprensibili limiti di esperienza e di “rappresentanza”, ma in quanto a personalità credo sia inattaccabile, visto che se avessero tutti la sua sfrontatezza calcistica, staremmo probabilmente parlando di un altro campionato, considerando che se non stiamo lottando per non retrocedere, una gran fetta del merito va proprio a Maurito; discorso diverso per Pioli, tecnico di cui credo debba essere apprezzato il coraggio, perché cercare di risolvere le attuali problematiche nerazzurre ricorda un po’ quell’autolesionistica voglia di decidere di visitare il seminterrato di un serial killer: sai già che troverai delle cose da far “accapponare la pelle”.

Dopo questa parentesi, entriamo nel particolare del match.
L’Inter si schiera con un 3-4-3 innovativo in occasione di questa partita e già attraverso la scelta del modulo l’allenatore sembra voler trasmettere sfrontatezza ai nostri: colpisce la scelta di schierare D’Ambrosio sulla linea difensiva, probabilmente nel tentativo di far battere almeno ad Handanovic il record di bestemmie detenuto ormai da svariate stagioni da Gigi Buffon.
I genoani arrivano a San Siro senza la pressione di dover portare a casa OBBLIGATORIAMENTE i 3 punti: normalmente avrebbero la stessa probabilità di vincere che avrebbe un nerd di acchiappare la biondonagambelunghe della sua classe, ma allo stato attuale è come se la suddetta ragazza avesse appena beccato il ragazzo a letto con l’intera squadra di pallavolo ed adesso stia cercando di dimenticare il tutto ad un open bar.
Della serie, in questo momento potrebbe accadere di tutto.
Alla fine di un thrilleristico primo tempo, in cui la porta nerazzurra è stata salvata da D’Ambrosio (sei proprio tu Danilo?) prima e da Handanovic poi, è l’Inter a passare in vantaggio grazie ad un gol di Brozovic sugli sviluppi di un calcio d’angolo: l’atteggiamento della squadra sembra quello giusto, certo si soffre un po’ sugli affondi del Genoa ma i nerazzurri sembrano riuscire a comportarsi da grande squadra, incassando e rispondendo al momento giusto.
Nel secondo tempo Pioli manda dentro Felipe Melo al posto di uno spento Eder, per dare più solidità alla fase difensiva, carente come sempre anche quest’oggi: la squadra tiene botta, ma il pericolo che il Genoa, evidentemente caricato dalle parole dette nello spogliatoio da mister Juric sembra indemoniato;
qui, la svolta, a mio parere, tattica quanto psicologica: fuori un generoso ma inconsistente Palacio, dentro Ivan Perisic.
Il mister spariglia le carte in tavola con una mossa a sorpresa, si ritorna al 4-3-3 con Joao Mario “alzato” come esterno d’attacco: poco dopo, sarà lo stesso Joao Mario a fornire, proprio dalla nuova posizione, l’assist vincente per la doppietta personale di Brozovic.
I nerazzurri portano a casa la vittoria e, merce rara di questi tempi, l’imbattibilità di Handanovic.
I ragazzi hanno dimostrato carattere, capacità di soffrire e pragmaticità (con buona pace degli esteti del pallone che avrebbero voluto una prestazione più convincente).
La squadra si può dire fuori dalla crisi? Credo sia troppo presto per dirlo, ma sicuramente la strada imboccata durante questo match è quella giusta.

 

 

Amo i giocatori capaci di illudermi nel profondo. Da bimbo ero follemente innamorato di Sérgio Conceição, e quando uno vive un amore tanto folle e intenso non si riprende mai del tutto. Ho tentato di colmare il vuoto lasciato dal portoghese con nomi del calibro di Georgatos e Dalmat finché non ho trovato pace quando è arrivato Froggy. Al momento sono l’unico possessore mondiale della maglia speciale del derby “Dalbert 29”.