La solitudine del numero nove

Marzo 9, 2017

A cura di Patrick Pecora

“Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore” cantava De Gregori parlando dei tempi ormai andati nella celeberrima leva calcistica del ’68: ma se ti chiami Mauro Icardi, anche un calcio di rigore può fare la differenza per non essere giudicato male, almeno ogni tanto.

Il calcio, si sa, è capace di regalare gioie capaci di andare oltre la possibilità di poter essere espresse semplicemente a parole, ma sa anche essere spietatamente pragmatico, quando si tratta di tirare le somme: fin qui tutto lecito, ma se il suddetto pragmatismo si trasforma in pregiudizio, allora si scade nella superficialità.

Come si fa a mettere in discussione un giocatore di 23 anni, che gioca con la maturità di un veterano e dimostra il talento di chi non c’è finito per puro caso, nel ruolo di protagonista principale dell’opera nerazzurra?

La verità è che Mauro Icardi sembra nato per far parlare di sé, nel bene o nel male: fortuna che a lui di tutto ciò interessa poco e, così come la scienza non riesce a trovare una spiegazione scientifica chiara alla facoltà del calabrone di volare, così Icardi si fa scivolare tutto addosso, continuando a lottare e segnare, trasformando in oro ogni pallone che tocca.

Tutto ininfluente o quasi in realtà, perché proprio un girone fa qualcosa è stato capace di turbare il suo rendimento, ovvero il litigio con la curva della squadra che lo ama: nonostante ciò, nell’ultima partita come un girone fa, Mauro si assume la responsabilità di tirare il calcio di rigore; sbaglia la prima volta, probabilmente troppo distratto dal clamore che lui stesso aveva appena scatenato, segna invece la seconda volta, con la sua solita grinta e determinazione.

Di certo non è cosa da tutti lasciare il Barcelona, un punto di arrivo, quasi un sogno, per la carriera di tantissimi giocatori: ma se ti chiami Mauro Icardi di tutto ciò ti interessa poco.

Ciò che mi ha sempre colpito di più nel carattere di questo giocatore è stata la capacità di sapersi prendere il proprio futuro, come se “avere successo” fosse l’unica opzione sensata.

Dal Barcelona alla Samp, dalla Samp all’Inter e da prospetto interessante a punta di diamante del progetto interista, il tutto sicuramente dimostrando la sua grande ambizione ma mantenendo una lodevole umiltà professionale, lavorando duro giorno dopo giorno per migliorare lì dove ancora dimostra alcune imperfezioni.

Si, perché se qualcuno è riuscito a trarre giovamento dagli ultimi tumultuosi cambi nella panchina della beneamata, quel qualcuno è sempre Mauro Icardi: affina il suo talento nel trovare la porta con Mazzarri (qualcosa di buono l’ha fatta anche lui alla fine), accresce la sua capacità di gestire il pallone e la sua partecipazione alla manovra offensiva con Mancini, capisce l’importanza di essere capitano e leader motivazionale oltre che tecnico durante il DeBoerismo e continua a stupire per i suoi progressi tattici con Pioli, arrivando ai giorni nostri.
Un giocatore dalla media realizzativa spaventosa, non convocato in Nazionale per via della sua vita privata, nonostante le smentite recentemente arrivate da Bauza: ci potrei pure credere, non fosse che gerarchicamente sopra di lui si trova Pratto, ex giocatore del Genoa la cui partenza non ha fatto certamente passare notti insonni ai tifosi del grifone.

E’ per questi e tanti altri motivi che ritengo incomprensibile mettere in discussione l’importanza di un giocatore del genere per la nostra squadra: un attaccante è certamente giudicato per i numeri di gol che realizza, ma 71 gol in 137 presenze rimane comunque un ottimo bottino, soprattutto se si considera che in alcune partite a Mauro non sono arrivati davvero più di 2-3 palloni, come lui stesso dichiarò tempo fa scatenando una ulteriore polemica.

Non è certamente un santo, anzi a tratti sembra trarre linfa dalla provocazione, ma è uno di quelli che raramente mi è capitato di vedere uscire senza la maglietta completamente sudicia: è uno di quelli che nel tempo ha dimostrato attaccamento ai nostri colori in tante piccole “crisi”, nonostante sia qui da “soli” 4 anni.
La diffidenza, almeno per quanto riguarda l’ultima affermazione rimarrà sempre nei cuori dei tifosi nerazzurri, visto che lui ogni tanto combina o dice delle stupidaggini e che nel calcio moderno l’unica cosa a cui sembrano appassionarsi la molteplicità dei giocatori sia il denaro, ma metterne in discussione il rendimento e l’importanza per la squadra sembra veramente una trovata buona solo a far notizia.
Fortuna che a lui queste cose non interessano.

“Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…”