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Tutto quello che volete sapere su Marcelino Garcia Toral

Novembre 5, 2016

Potrebbe essere proprio Marcelino Garcia Toral, nella confusa bagarre allenatore che sta coinvolgendo l’Inter, a spuntarla battendo lo sponsorizzatissimo Pioli.

Ma chi si nasconde dietro questo buffo nome che regalerà tanti giochi di parole alla Gazzetta?

La nostra storia inizia il 27 maggio 2011, l’antivigilia della finale di Coppa Italia contro il Palermo, ultimo trofeo sollevato dalla squadra fino a oggi (e chissà fino a quando). Quella sera, precisamente alle 23.51, ho pubblicato su Wikipedia la biografia di uno sconosciuto allenatore asturiano.

Il caso vuole che fosse l’ex allenatore del Real Saragozza, la squadra “estera” per cui simpatizzo. Per cui all’epoca mi stavo occupando di creare su Wikipedia tutto lo scibile relativo alla squadra aragonese.

Mai avrei immaginato che, a distanza di qualche anno, quello sconosciuto sarebbe stato a un passo dall’allenare l’Inter.

Anche perché, mentre premevo il tasto “salva modifiche”, lo spagnolo non se la stava passando tanto bene. Ma siccome non amo le partenze in medias res, cominciamo dall’inizio.

L’inizio: anche detto il Marcelino calciatore

Marcelino Garcia Toral, classe 1965, nasce nelle Asturie, a Villaviciosa, un paese di 15.000 abitanti.  “Senza campi da calcio, ma con molti prati. Si usavano due pietre per fare la porta e si giocava…” L’inizio è comune a quello di tanti altri.

A 13 anni il primo grande salto: entra nel settore giovanile dello Sporting Gijon, la squadra più importante della zona, la stessa dove qualche anno dopo muoverà i primi passi un altro asturiano di nascita, Luis Enrique.

Marcelino gioca come centrocampista, “un giocatore tecnico, che sa gestire il pallone” così lo descrive la bandiera dello Sporting José Manuel Diaz, che lo fa esordire in Liga all’età di 20 anni.

Nella sua prima stagione colleziona 11 presenze, parallelamente gioca anche in Nazionale Under-20, diventando vice-campione del mondo di categoria.

La stagione 1986-1987 segna l’ingresso in pianta stabile tra i “grandi”: 33 presenze con la prima squadra, che si classifica al quarto posto, classificandosi in Coppa UEFA.

È una grande stagione, ma si conclude in modo amaro. La pubalgia lo tormenta ed è costretto ad operarsi.

La stagione successiva dovrebbe essere quella della consacrazione, ma gioca sempre con infiltrazioni dovute ai problemi fisici. Appena viene impiegato con continuità, il suo fisico gli impone di fermarsi. Alla fine è costretto a operarsi una seconda volta, mentre il suo mentore Diaz se va al Celta Vigo e a Gijón arriva Txutxi Aranguren.

Marcelino riceve offerte da altri club della Liga, ma Aranguren dice che conta su di lui. Non sarà così: resterà ai margini per praticamente tutta la stagione, giocando solo tre partite.

“Quell’anno in bianco influenzò negativamente la mia carriera,” dirà Marcelino, “ma da lì almeno ho imparato una lezione importante per il futuro: un allenatore non deve mai ingannare un giocatore, io non lo farò mai”.

 

A 23 anni è costretto a lasciare Gijon. E dopo essere stato fermo per una stagione, riceve offerte solo da club di Segunda.

“Il Burgos mi offriva il doppio dello stipendio, ma preferii andare al Racing Santander. Nella vita a volte devi prendere delle decisioni, e non puoi sapere in anticipo se saranno giuste o no.”

A fine anno il Burgos festeggerà la promozione in Primera, il Racing la retrocessione in Segunda B.

Si presenta un’altra decisione: proseguire con il Racing nella terza serie, o restare in Segunda, al Levante. Marcelino sceglie il Levante, che a fine anno retrocede in Segunda B. Il Santander, invece, sarà protagonista di una doppia promozione, e in tre anni arriverà addirittura in Primera.

“Cose del destino”.

La carriera di Marcelino viene aggravata da una serie di problemi al ginocchio e il calciatore, a soli, 28 anni, appende le scarpe al chiodo.

Ma il suo amore per il calcio, come spesso accade, non può tenerlo lontano da un campo.

Dal calcio giocato a quello guardato

Inizia ad allenare il prima possibile, trovando una panchina al Lealtad de Villaviciosa, la squadra del suo paese natale, in Tercera División. Già dal primo anno emerge il suo talento, e ottiene una storica promozione in Segunda B.

Entra nelle giovanili dello Sporting Gijon, tornando così a casa sua.

Nel 2001 allena la squadra filiale dello Sporting B. Nel 2003 la grande occasione: gli viene affidata la prima squadra, che è impegnata in Segunda División.

L’obiettivo fissato dalla dirigenza è quello di non retrocedere, ma lo Sporting fa molto di più: per nove giornate è anche in vetta alla classifica, restando fino all’ultimo in corsa per la promozione. Termina la sua prima stagione “importante” al quinto posto, a sei punti dalla promozione.

Quella di Marcelino è una squadra giovane, in cui solo il portiere supera i 30 anni. L’anno successivo conferma quanto fatto di buono, facendo salvare i Rojiblancos.

Nei primi anni a Gijón comincia a emerge il credo tattico di Marcelino, sicuro e deciso nelle su idee, ma mai troppo ancorato a una sola strategia.

“Il calcio è cambiato tantissimo. I metodi di lavoro, il ritmo di gioco, i moduli e le filosofie. Tutto tende a evolversi per il meglio, tracciando sequenze vincenti come è successo al Barcellona di Guardiola o alla Nazionale.”

“Per me “giocare bene” significa che l’avversario non crea occasioni. Recuperare il pallone in qualsiasi punto del campo, cercare spazi e contrattaccare appena possibile. Poi mi piace anche attaccare, far girare il pallone da dietro. Se c’è da fare 10,12, 15 passaggi per me va bene, ma bisogna attaccare gli spazi, senza ripetere sempre gli stessi passaggi”.

 

La consacrazione

Dopo questi due buoni risultati arriva il momento di cambiare aria. È la stagione 2005-2006 e Marcelino firma con il Recreativo de Huelva, sempre in segunda División.

Vince il campionato, con 78 punti. Trascinatore della squadra è il nigeriano Ichechukwu Uche, che si laurea Pichichi di categoria con 20 gol. L’idea fin da subito è quella di esaltare le qualità individuali attraverso il lavoro collettivo.

La squadra andalusa ha il miglior attacco e la miglior difesa del campionato. Lo stile di gioco è collaudato: 4-4-2 costruito su solidità, contropiede e ripartenze.

Per il Recreativo è la terza promozione in massima serie nella sua storia, dopo quelle del 1978 e del 2002.

Il Recre arriva a un insperato quanto straordinario ottavo posto, non lontano dalle posizioni buone per la Coppa UEFA. Nulla di immeritato, perché durante il cammino arrivano vittorie per 2-0 contro il Valencia e soprattutto un 0-3 al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid di Fabio Capello.

“Mi piace l’equilibrio difensivo: rubare il pallone e attaccare. È lo stile che ho da quando sono allenatore. Quando non abbiamo il pallone, tutti devono lavorare per recuperarlo. Una volta ottenuto il possesso, bisogna dare ordine al gioco per arrivare nel modo più efficace in porta.”

 

I pezzi forti della squadra sono il solito Uche, Sinama-Pongolle, ma soprattutto Santi Cazorla, mandato dal Villarreal farsi le ossa in Andalusia per 600.000 euro, con contro-diritto di riscatto a 1.2 M.

Marcelino diventa un padre calcistico per Cazorla. Il giocatore oggi all’Arsenal, anche lui asturiano, lo definisce senza mezzi termini “un fenomeno”. Uno che non si accontenta di meno del 100% dai suoi, ma che dà sempre qualcosa in cambio”.

L’avventura al Recreativo è magnifica, ma Marcelino sente ancora una volta che è meglio cambiare aria.

Torna a respirare quella atlantica del Nord, tornando dopo tanti anni al Racing Santander.

Così come aveva fatto la storia del Recreativo, anche in Cantabria ci mette poco ad entrare nel cuore dei tifosi: raggiunge il miglior piazzamento dal 1935, un sesto posto che vale la prima qualificazione alla Coppa UEFA per il club neroverde.

Anche in Coppa del Re il percorso è ottimo. Raggiunge le semifinali, dove viene eliminato dal Getafe.

La squadra di Marcelino si conferma ancora una volta solida: non è brillantissima nell’attacco guidato da Pedro Munitis e il polacco Smolarek, ma è la terza miglior difesa del campionato. È un reparto in cui non spiccano grandi nomi (interessante solo un giovane Ezequiel Garay), a indicare ancora una volta che la vera forza della difesa è il lavoro di squadra.

“Se l’avversario ha un cannone, e noi un fucile, la prima cosa da fare è distruggere il cannone. È la prima cosa da fare. Senza questo siamo morti.”

 

Santander non è mai stata così felice calcisticamente come nel 2008 con Marcelino. Ancora una volta però, l’asturiano capisce che sarà difficile superarsi, e decide di lasciare il club dopo una sola stagione per cercare nuove sfide.

La carriera di Marcelino prosegue nella stagione 2008-2009 al Real Saragozza. Club dal grande passato che si trova ad affrontare tempi duri. Nella stagione precedente era stata costruita una squadra per puntare alla qualificazione alle coppe, invece era retrocessa clamorosamente in Segunda División (se qui qualche lettore vuole fare gesti scaramantici è consentito).

Pur avendo offerte dalla Liga (in particolare il Valencia) e dall’estero, decide di sposare il progetto del Real Saragozza, ambizioso e con grandi aspettative per il futuro.

Firma un contratto biennale, che lo rende l’allenatore più pagato di tutta Spagna: 2,4 milioni a stagione. L’obiettivo è quello di riportare gli aragonesi il prima possibile nella categoria che gli spetta.

Interessante sentire la sua intervista all’arrivo al Saragozza:

-La aspetta un lavoro molto difficile a Saragozza:
-Sì, certamente, il club si trova in una situazione inaspettata, nuova e molto difficile.
-Sarà drastico in alcune decisioni?
Lo scarso rendimento dei giocatori nell’ultima stagione, mi obbligherà a essere esigente e imporre molti cambiamenti.
-Il suo tipo di gioco è inflessibile: non è lei che si adatta al giocatore, sono i giocatori che devono adattarsi a lei
-Se il giocatore non è in grado di inserirsi nella squadra con le sue caratteristiche, ha sbagliato qualcosa la società a comprarlo, oppure ha sbagliato lui a venire in questa squadra, oppure chissà, hanno sbagliato entrambi.
-Parlerà con i giocatori per convincerli a restare in Segunda División anziché chiedere la cessione?
Se qualcuno non è contendo di giocare in Segunda, ha avuto 38 giornate nella scorsa stagione per vincere una partita in più. Nemmeno io pensavo che sarei finito ad allenare in Segunda fino a tre settimane fa, però ora sono qui e darò sicuramente il massimo.

La stagione inizia in modo difficile: la squadra è ancora scossa dalla rocambolesca retrocessione dell’annata precedente, e molti giocatori vogliono lasciare il club. Ricardo Oliveira (sì, l’ex bidone milanista) capocannoniere del club in carica reduce da 22 marcature, se ne va al Betis.  Pablo “El payaso” Aimar va al Benfica. Ma, soprattutto, un tale di nome Diego Milito torna al Genoa, per andarsi a prendere il titolo da capocannoniere e un posticino nella storia (della serie non tutto il male viene per nuocere).

Tutte queste difficoltà non toccano minimamente Marcelino che nonostante questo esodo riesce comunque a plasmare una squadra: La base è sempre il 442. Inventa un centrocampo in linea di tutto rispetto, puntando su Gabi (l’attuale capitano dell’Atlético Madrid) e su un giovanissimo Ander Herrera (oggi al Manchester United), canterano che debutta in prima squadra a 19 anni proprio grazie a Marcelino.

La squadra arriva al secondo posto, a un punto dai campioni dello Xerez. Nonostante alcune critiche per un gioco non spumeggiante, la squadra vanta il miglior assistman (Jorge Lopez – 15) e il miglior marcatore (Ewerthon – 28) del campionato. “Si trattava di essere promossi” ricorda Marcelino, e nessuno lo discute.

La sua più grande vittoria è quella di aver resuscitato dei giocatori “morti” e averli guidati a combattere in ogni partita, fino al raggiungimento dell’obiettivo. Per Marcelino è la seconda promozione in carriera.

Il crollo

Per quanto la prima stagione al Real Saragozza sia stata positiva, la seconda si rivela essere un disastro.

Dove rinvenire le cause di questo improvviso tracollo?

Nel cambiamento di posizione della dirigenza che passa dal lasciare carta bianca all’allenatore, all’ingaggio di nuovi dirigenti che scavalcano le iniziative del coach. È sul punto di dimettersi alla metà di agosto ma va avanti per la salute del gruppo, nonostante i mancati arrivi di un difensore, un terzino e di un attaccante (Tutte queste analogie iniziano a fare un po’ impressione).

Marcelino viene esonerato nel dicembre 2009, dopo 14 giornate, con la squadra che si trova in penultima posizione (3 vittorie, 3 pareggi, 8 sconfitte), eliminata al primo turno di Coppa del Re, e con la peggior difesa del campionato.

Una parte della tifoseria prende male l’allontanamento dell’allenatore, ritenendolo ingiusto e esprimendo il proprio supporto all’asturiano, vittima di un ambiente societario troppo caotico.

La carriera di Marcelino riparte nel 2011, ancora una volta dal Racing Santander. Viene chiamato nel mese di febbraio dal nuovo proprietario indiano del club, Ahsan Ali Syed.  È la prima volta che subentra a stagione in corso, ma se la cava bene. Nonostante il raggiungimento della salvezza, a causa di divergenze con la dirigenza, decide di lasciare il Racing.

Per una volta Marcelino ci vede giusto. Infatti, dopo qualche tempo, il controverso presidente indiano abbandona il Racing sull’orlo del fallimento.

Durante l’estate del 2011 finalmente arriva il momento del grande salto: Marcelino viene chiamato al Siviglia.

Marcelino vorrebbe Dos Santos, rivitalizzato da lui negli ultimi mesi a Santander, Garay, altro  giocatore fedele della squadra neroverde, e magari Uche. Purtroppo per lui, a Siviglia comanda Monchi, uno che con i suoi grandi colpi di mercato si è guadagnato legittimamente il potere di gestire chi parte e chi arriva.

Vorrebbe mantenere il suo 4-4-2, ma deve adattarsi inevitabilmente a un 4-3-3, perché in attacco la coperta è corta, e per sfruttare le due ali Jesus Navas e Diego Perotti. Rinuncia al suo credo a malincuore, forzato delle circostanze. Ma quando non sei convinto di progetto l’esito non può essere positivo.

Il club andaluso inizia male la stagione, con l’eliminazione ai preliminari di Europa League per mano dell’Hannover.

In campionato, i numeri non sono buoni. Termina il girone di andata con 26 punti e a gennaio viene esonerato. Ironia della sorte, la sconfitta decisiva per l’esonero è un 1-2 casalingo contro il Villarreal. La squadra è all’undicesimo posto, a +4 dalla zona retrocessione.

Una nuova vita

Ancora una volta Marcelino decide di ripartire dalla Segunda División. Proprio da quella squadra che aveva sancito il suo esonero. Questa volta però il progetto alle spalle è solido, con un club che con la sua reputazione è diventato un esempio in tutta Europa, grazie al suo modo organizzato e serio di fare calcio.

Arriva al Villarreal al posto di Julio Velasquez. Nell’ultima partita, l’11 gennaio 2013, il Submarino Amarillo ha pareggiato per 1-1 ad Almeria. La vittoria manca da 4 giornate, e la squadra si trova al decimo posto in classifica.

Il risultato? A fine stagione il Villareal festeggia il secondo posto in campionato, con 74 punti.

L’anno dopo, da neopromosso, il Villarreal arriva al sesto posto, si qualifica per l’Europa League. Marcelino è l’uomo del momento.

Tutto senza rinunciare al 442 basato sulla combinazione squadra compatta + contropiede. La coppia d’attacco è proprio quella che avrebbe voluto al Siviglia: formata da Uche e Giovani dos Santos.

Nella stagione 2014-2015 conferma quanto fatto di buono: Ancora sesto posto in campionato, eliminazione ai sedicesimi di Europa League, contro i futuri campioni del Siviglia, e semifinali di Copa del Rey contro i futuri campioni del Barcellona.

La squadra cresce di stagione in stagione, nel 2015-2016 arriva il quarto posto. Valido per i preliminari di Champions. Anche in Europa League il cammino è ottimo: Elimina il Napoli, il Leverkusen lo Sparta Praga e arriva a sfidare in semifinale il Liverpool.

Il finale di stagione diventa ancora più incandescente. Ultima partita: il Villarreal è impegnato contro lo Sporting Gijón. La squadra del cuore di Marcelino. Il Villarreal è ormai sicuro del quarto posto. Agli asturiani serve una vittoria all’ultima giornata, che puntualmente arriva, per 2-0. L’accusa è quella che Marcelino abbia perso appositamente per salvare la sua ex squadra. Sua moglie alimenta le polemiche, con un post sui social in cui esulta per la salvezza dello Sporting.

Marcelino dice di avere la coscienza a posto, mentre si scatena la furia del Getafe e del Rayo Vallecano, le due squadre condannate alla retrocessione.

Addirittura il presidente del Rayo porta le cose a un livello ancor più estremo, paragonando Marcelino al pilota del tristemente famoso volo Lufthansa, schiantatosi sulle Alpi nella tratta Barcellona-Dusseldorf.

Marcelino, profondamente offeso da quelle parole, difende la sua correttezza e lealtà, ma rimane solo contro tutti, perché anche il presidente del Villarreal, Fernando Roig, lo scaricherà.

La goccia che fa traboccare il vaso arriva alla ripresa degli allenamenti: il 10 agosto Marcelino si dimette dal club, a pochi giorni dal playoff di Champions contro il Monaco.

La causa è una rissa col difensore argentino Mateo Musacchio, con l’allenatore “colpevole” di avergli comunicato di volergli togliere la fascia da capitano, per assegnarla a un altro giocatore.

Ormai non ci sono più le condizioni per proseguire, e la favola Villarreal si interrompe bruscamente, in modo un po’ assurdo.

Viene sostituito da Francisco Escribá, che non riesce a qualificarsi per la Champions ,con una doppia sconfitta contro il Monaco.

Marcelino oggi

A questo punto sembra essere l’Inter la prossima tappa per Marcelino Garcia Toral. Un allenatore e soprattutto un uomo tutto d’un pezzo, con un’idea di gioco convinta.

Alcuni potranno vederlo come un antipasto del futuro Cholismo. Ma la cosa giusta da fare sarà lasciarlo lavorare, senza condannarlo al ruolo di traghettatore. È uscito bene da situazioni difficili, ha gestito spogliatoi spaccati, ma sempre con una dirigenza solida al suo fianco.

Se l’Inter saprà mettere da parte le sue divergenze interne, e Suning darà il suo appoggio incondizionato e fermo al futuro allenatore, c’è una certa percentuale di possibilità di fare bene. Altrimenti la sensazione è che sarà un disastro annunciato.

Amo i giocatori capaci di illudermi nel profondo. Da bimbo ero follemente innamorato di Sérgio Conceição, e quando uno vive un amore tanto folle e intenso non si riprende mai del tutto. Ho tentato di colmare il vuoto lasciato dal portoghese con nomi del calibro di Georgatos e Dalmat finché non ho trovato pace quando è arrivato Froggy. Al momento sono l’unico possessore mondiale della maglia speciale del derby “Dalbert 29”.