Mi sono sempre innamorato dei calciatori sbagliati – Io, me e Ranocchia

Del Perché e del per come di Andrea Ranocchia

Andrea RanocchiaMi sono sempre innamorato dei calciatori sbagliati.

Sin da piccolo, quando­ adoravo quella pippa tremenda di Sérgio Conceição nonostante mio padre cercasse in tutti i modi di farmi capire che non era un calciatore in cui riporre speranze. Eppure, nonostante gli avvisi di mio padre e la dimostrazione, partita per partita, di non meritare un granello della fiducia che avevo nei suoi confronti, continuavo ad avere speranza.

Mi ero innamorato dell’idea del giocatore che avrebbe potuto essere, non di quello che era.

Con i calciatori ho fatto sempre lo stesso errore: mi affezionavo e, una volta creato un legame, era difficile, per quanto fossero scarsi, lasciarli andare.

Così andò il mio rapporto con Stéphane Dalmat.

Il corso degli eventi che mi portava di solito a sviluppare una psicotica affezione per un calciatore ricalcava quasi sempre la stessa linea: giocavano una, due, massimo tre, partite convincenti per poi sprofondare nel totale anonimato dopo avermi sedotto e abbandonato.

Nel caso specifico, ricordo ancora un preliminare di Champions a Lisbona in cui il francesino era stato il vero padrone del centrocampo. Al solito, tuttavia, era solo illusione. L’epilogo lo conosciamo tutti: s’infortunò e, una volta tornato, cadde nella depressione del “non riesco a giocare come vorrei”.

Bypassando allegramente l’epopea di Adriano – perdonatemi, fa ancora troppo male –, il giocatore su cui riversi le mie tante speranze giovanili fu un certo Ricardo Quaresma. Le premesse, anche se non buone, erano state quantomeno discrete: esordio con il Catania con autogol procurato con una delle tanto attese trivele.

Ma anche lui, dopo un’estate di corteggiamenti che mi aveva convinto in anticipo del suo valore, finì per essere un disastro. Ricorderò sempre quell’unica partita giocata come un giocatore di calcio contro la Fiorentina. Ridestò le mie speranze per mesi.

Con Ranocchia fu tutto diverso.

Era un ragazzino, era italiano. Veniva da una strepitosa stagione a Bari che sembrava averlo piazzato sulla rampa di lancio per il grande calcio.

Sembrava tanto forte da far sembrare un bel giocatore anche il fratellino scemo Bonucci.

Era, insomma, fortissimo. Poi, qualcosa, nella sua testa, si è rotto.

Con Ranocchia ho attraversato le cinque fasi dell’elaborazione del lutto.

  1. Fase della negazione: vi sbagliate, non è scarso. Ve lo dimostrerà.

  2. Fase della rabbia: Dai, cazzo, Andrea. Fa’ qualcosa per smentirli. Perché non ti esprimi come potresti!?

  3. Fase del patteggiamento: Sono sicuro che Strama lo recupererà!

  4. Fase della depressione: (sigh) Perché, Andrea, perché?

  5. Fase dell’accetazione: Che pippa, speriamo che lo prenda il Milan / lo riscatti la Samp / lo compri il Sassuolo / il Liverpool / il Nocerina.

Ranocchia è il simbolo di quell’Inter pazza, sfigata e maldestra che ci ha fatto innamorare. L’Inter dei grandi trionfi, in cui il vento soffiava in poppa e sembrava non poter smettere, che si è smarrita, infognata in zone di classifica che non le competono.

I momenti bui si susseguono.

Ma sembra non avere importanza. L’estate lava via tutto e ogni agosto Ranocchia, L’Inter e noi tifosi dimentichiamo gli orrori della passata stagione e guardiamo al futuro colmi di speranza ed entusiasmo.

Questo è Ranocchiate.